Il simposio prende avvio dalla frattura tragica evocata da Sofocle nell’Antigone, dove il gesto rituale della sepoltura entra in conflitto con l’ordine giuridico e rendendo visibile una tensione che attraversa ancora oggi le società occidentali. In quel punto di attrito emerge una verità rimossa: il diritto nasce come rito e continua a operare secondo questa logica, anche quando si presenta come un sistema interamente razionale. La forma giuridica conserva una struttura rituale che non coincide con un residuo del passato, ma con una condizione attiva della sua efficacia. Udienze, giuramenti, formule e procedure istituiscono uno spazio separato, producono riconoscimento, rendono operativa l’autorità. Quando questa dimensione viene neutralizzata, il diritto perde parte della propria forza simbolica e si espone a una crisi di legittimità che investe la capacità delle norme di essere vissute come vincolanti. Attraverso prospettive provenienti dal diritto, dall’antropologia e dalla sociologia, il Simposio vuole interrogare il progressivo svuotamento della dimensione rituale nello spazio pubblico contemporaneo. La questione riguarda la scomparsa dei riti e la loro invisibilità. Il diritto continua a operare attraverso gesti rituali, ma vengono riconosciuti come tali? Il confronto riguarda,di conseguenza, il rapporto tra norma e gesto, tra legge scritta e memoria condivisa e su come la trasformazione del rito incide sulle forme dell’appartenenza e sui linguaggi della responsabilità nel presente. Quello che rimane è una sola domanda: il diritto si indebolisce quando viene contestato o quando dimentica di essere un rito?