Questo simposio propone una riflessione a più voci sul rapporto tra corpo, vergogna e giustizia, a partire da una lettura tematica dell’Ippolito di Euripide. La tragedia, centrata sul desiderio non detto e sul fraintendimento, si offre come punto di partenza per esplorare dinamiche che restano vive e problematiche nel presente. La vicenda di Fedra e Ippolito, scandita da tensioni tra purezza e passione, silenzio e parola, accusa e verità, mette in scena un dramma che ruota attorno al corpo esposto, al senso della vergogna sociale e al fallimento strutturale della giustizia.
Nel testo Euripideo, il corpo è spazio di potenza e di pericolo: quello diIppolito, ritirato dalla sfera erotica, idealizzato e votato alla castità, sfida l’ordine naturale e divino rappresentato daAfrodite; quello di Fedra è segnato dalla passione non scelta, dallo sguardo sociale, dalla necessità di nascondere e infine dalla morte.La vergogna attraversa i personaggi come forza distruttiva, non perché nasca da una colpa oggettiva, ma perché legata alla percezione dell’altro, alla vulnerabilità sociale del corpo e del desiderio. La giustizia — sia nella forma affettiva e patriarcale incarnata da Teseo, sia in quella tardiva e astratta delle divinità— si rivela incapace di restituire pienamente verità e riparazione. L’equilibrio tra colpa, innocenza e responsabilità si spezza, lasciando spazio solo alla memoria del danno.
Questa triangolazione — corpo, vergogna, giustizia — risuona potentemente nel presente. Nella nostra società il corpo è costantemente esposto e normato, tra pratiche di sorveglianza, giudizio estetico, controllo della sessualità e medicalizzazione delle differenze. La vergogna, oggi come allora, funziona come dispositivo di potere: silenzia le vittime, modella i comportamenti, produce esclusione. Che si tratti di corpi femminili, queer, trans, disabili o razzializzati, il giudizio si manifesta come stigma prima ancora che come argomentazione.
Allo stesso tempo, la giustizia— sociale e giuridica — spesso si dimostra inadeguata a dare spazio alla complessità dei vissuti corporei e affettivi. I ritardi nei riconoscimenti, la freddezza delle procedure, l’impianto normativo che pretende oggettività in situazioni cariche di trauma, evidenziano quanto la lezione tragica resti attuale: la verità non basta se non è ascoltata in tempo, e la giustizia fallisce se non sa farsi empatica e situata.
Il tavolo si propone dunque come occasione per interrogare questi nessi tra l’antico e il contemporaneo, mettendo in dialogo la lettura del testo Euripideo con prospettive critiche contemporanee (femminismo, teoria queer, filosofia del diritto, studi sul trauma e sul corpo).L’obiettivo non è trovare una sintesi, ma aprire uno spazio di confronto su come pensare — oggi — una giustizia che riconosca i corpi senza produrre vergogna, e che accolga il dolore senza ridurlo a colpa.